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venerdì 18 dicembre 2009

PuMP L’ascolto di musica in cuffia ed il rischio di deficit uditivo: abitudini degli adolescenti e possibilità di prevenzione

A cura del gruppo ACP Pediatri “Per un Mondo Possibile
Giacomo Toffol: giacomo@giacomotoffol.191.it


Parole chiave: adolescenti, inquinamento acustico, ipoacusia, musica.

Con il termine di inquinamento acustico si intende la presenza di rumori nell'ambiente tali da provocare disturbo al riposo ed alle attività umane e pericolo per la salute.
La rumorosità ambientale è un problema diffuso in modo ubiquitario. Il 20% della popolazione europea è esposto a livelli di rumore diurno e notturno tali da causare danni alla salute. Il rumore può essere pericoloso per i suoi effetti sul sonno e le relazioni tra il sonno e la salute, oltre a determinare direttamente danni per l'udito.(1,2) Al rumore ambientale va altresì aggiunto, particolarmente in età adolescenziale, il rischio correlato agli stili di vita individuali, ed in particolare alle modalità di ascolto della musica.
E’ dimostrata una correlazione tra intensità e durata dell’esposizione al rumore e la comparsa di lesioni a carico dell’orecchio interno, con quadri che vanno dai tinniti fino ad abbassamenti della soglia uditiva prima temporanei e poi permanenti. Tali effetti si evidenziano in modo soggettivo ed oggettivo solo dopo dei periodi lunghi. (3)
Negli ultimi anni diversi studi hanno segnalato la presenza di alterazioni dell’udito anche in adolescenti non esposti professionalmente al rumore. Una survey del 1994 su un campione di 5249 ragazzi americani di età compresa tra 6 e 19 anni riporta una prevalenza del 12.5 % di alterazioni della soglia uditiva mono o bilaterali (4) identificandone la causa in una esposizione cronica a rumori intensi, come l’ascolto della musica.
L’analisi di focus group effettuati con ragazzi Olandesi tra i 12 ed i 18 anni evidenzia come quasi tutti possiedano un MP3 e come quasi tutti lo utilizzino spesso al massimo volume per tempi lunghi. (5)
Con riferimento ai parametri in vigore per i lavoratori, e ricordando che il livello di energia sonora (dB) è una misura logaritmica, viene considerata rischiosa l’esposizione a 89 dB per sette ore/settimana.
Su questa base si stima che circa il 5-10 % degli utilizzatori di lettori MP3 sia ad alto rischio di sviluppare deficit uditivi permanenti dopo un periodo di 5 anni di esposizione. (6)

Come e quanto ascoltano la musica gli adolescenti.
I nuovi apparecchi per riproduzione musicale, che utilizzano la tecnologia MP3 permettono di ascoltare la musica a volume molto più elevato dei precedenti, grazie alla quasi assoluta assenza di distorsione. Per analizzare la diffusione di questo fenomeno un gruppo di autori olandesi ha effettuato uno studio mediante questionario che ha coinvolto 1512 ragazzi di età compresa tra 12 e 19 anni, rappresentativi dell’intera popolazione. (7) I lettori MP3 vengono utilizzati per l’ascolto di musica dall’89.9 % di essi, quasi nella totalità mediante l’utilizzo di cuffie intraauricolari, che ne aumentano l’energia sonora di ulteriori 5-6 decibel.
Il 26.1 % di chi utilizza MP3 ascolta musica mediamente per più di tre ore al giorno, il 48% la ascolta a volume elevato (superiore a ¾ della potenza massima dello strumento), aumentando ulteriormente il volume durante l’ascolto in circa il 60% dei casi. Gli autori concludono auspicando che vengano fatti maggiori sforzi per informare i ragazzi sui rischi di queste abitudini.

Quali strategie per ridurre il rischio di ipoacusia
Nel 2008 un gruppo di esperti in ricerca scientifica, in medicina pratica e di comunità, in istruzione, musica ed intrattenimento, assieme a consulenti delle attività di vigilanza sono stati invitati ad individuare in base alla loro rilevanza e fattibilità gli atteggiamenti utili per modificare il rischio della perdita di udito provocata dall’utilizzo di MP3 ed i loro determinanti; gli interventi finalizzati a modificare il comportamento degli adolescenti; le eventuali misure di protezione sanitaria necessarie. (8)
La principali conclusioni sono state le seguenti: da una parte la necessità di una maggiore informazione agli adolescenti sul rischio di perdita di udito connesso all’ascolto ad alto volume, da effettuarsi possibilmente mediante campagne di salute pubblica e mediante l’educazione scolastica; dall’ altra la necessità che i produttori siano incoraggiati dalle autorità alla vendita di lettori musicali sicuri, con una minore livello di emissione musicale e con le indicazioni in decibel della potenza emessa.
In attesa di interventi legislativi in tal senso, riteniamo importante che tutti i pediatri siano sensibilizzati su questo problema in modo da poter mettere in atto le possibili contromisure.


Bibliografia
(1) Politiche future in materia di inquinamento acustico – Libro verde della Commissione Europea /* COM/96/0540 DEF */
(2) Nigth noise guidelines for Europe. World Health Organization 2009 http://www.euro.who.int/InformationSources/Publications/Catalogue/20090904_12
(3) Bronzaft A. The increase in noise pollution: what are the health effects? Nutr Health Rev.1996;78:2-7
(4) Niskar AS, Kieszak SM, Holmes AE et al, Estimated Prevalence of Noise- Induced Threshold Shift AmongChildren 6 to 19 Years of Age: The Third national health and Nutrition Examination Survey, 1988-1994, United States. Pediatrics 2001;108:40-43
(5) Vogel I. Brug J, Hosli EJ et al. MP3 Players and Hearing Loss: Adolescent’s Perceptions of Loud Music and Hearing Conservation . Pediatrics 2008 ;52(3):400-4.
(6) SCENIHR (Scientific Committee on Emerging and Newly-Identified Health Risks), Scientific opinion on the Potential health risks of exposure to noise from personal music players and mobile phones including a music playing function, 23 September 2008.
(7) Vogel I, Verschuure H, Van der Ploeg C, et al. Adolescents and MP3 Players: Too Many Risks, Too Few Precautions Pediatrics 2009;123:e953-8
(8) Vogel I, Brug J, Van der Ploeg C et al. Strategies for the Prevention of MP3-Induced Hearing Loss Among Adolescents: Expert Opinions From a Delphi Study Pediatrics 2009;123;1257-1262

PuMP Esposizione parentale ai pesticidi e tumori cerebrali infantili

Il tumore al cervello è il secondo per frequenza tra i tumori nell’infanzia. Al contrario di altri fattori eziologici (genetici, radiazioni ionizzanti) già ben documentati in letteratura, il possibile ruolo eziopatogenetico dell’esposizione residenziale e lavorativa dei genitori ai pesticidi non è ancora ben chiarito.
Uno studio americano (2) ha analizzato 421 coppie di casi/controllo (delle 526 selezionate) di tumori cerebrali primitivi diagnosticati tra il 1993 e il 1997 in ragazzi sotto i 10 anni residenti i quattro Stati della Costa Atlantica USA (Florida, New Jersey, New York e Pennsylvania).
Tramite questionario telefonico oltre i dati anagrafici sono stati rilevati la scolarità, l’età dei genitori alla nascita del figlio e, nei due anni precedenti, la loro attività lavorativa e l’esposizione cutanea ai pesticidi per la cura domestica di giardini e prati.
I tumori cerebrali più frequenti, astrocitoma e i primitivi neuroectodermici (PNET), si presentavano nella maggior parte in soggetti bianchi, maschi e nati tra il 1988 e il 1992, con madri generalmente più giovani e più scolarizzate; l’esposizione parentale ai pesticidi sul lavoro è risultata molto meno frequente rispetto a quella per uso domestico.
Dei quattro tipi di pesticidi valutati (insetticidi, erbicidi, fungicidi agricoli e disinfettanti/germicidi) è stato riscontrato un significativo rischio di astrocitoma associato all’uso residenziale di erbicidi (OR = 1,9; 95% CI, 1.2-3.0), indipendentemente da quale genitore ne avesse fatto uso; tale rischio rimaneva egualmente elevato per l’esposizione combinata casa-lavoro a tali pesticidi e si riduceva di più di quattro volte se il padre faceva uso di grembiuli protettivi durante l’applicazione o si lavava subito dopo.
I risultati di questo studio, discordanti dalle conclusioni di ricerche precedenti che hanno descritto una più forte associazione dell’esposizione ai pesticidi con il PNET, devono essere ulteriormente confermati con approcci multidisciplinari (biomarkers di esposizione e di effetti sull’organismo, interazione gene-ambiente).

A. Biolchini, G. De Gaspari, A. Nova, L. Rabbone (a cura di)
Gruppo PUMP dell’ACP

2) Parental Exposure to Pesticides and Childhood Brain Cancer: U.S. Atlantic Coast Childhood Brain Cancer Study Shim YK, Mlynarek SP, Van Wijngaarden E. Environmental Health Perspectives 2009;117:1002-6

PuMP Esposizione domestica a policlorobifenili e pesticidi e aumento del rischio di leucemia infantile

L’incidenza di leucemie infantili nei paesi industrializzati è aumentata significativamente dal 1975 al 2004 con ragioni sconosciute. Gli insetticidi organoclorati (diclorodifeniltricloroetano – DDT, clordano) e i policlorobifenili (PCB) sono stati i più comuni contaminanti ambientali dal dopoguerra agli anni‘80(quando sono stati tolti dal commercio) a causa del loro uso indiscriminato, della persistenza nell’ambiente e della contaminazione attraverso la catena alimentare. Fonti di PCB nelle case sono vernici,lucidanti,sigillanti,vecchi impianti di illuminazione. La concentrazione dei contaminanti nei liquidi organici e negli alimenti è andata progressivamente diminuendo ma persiste nei tappeti protetti dalla degradazione dalla luce, umidità e microrganismi. L’ingestione o l’inalazione di polvere è un’importante modalità di esposizione per il bambino piccolo che passa la maggior arte del suo tempo in casa , spesso sul pavimento, e porta spesso le mani alla bocca.
Studi epidemiologici hanno correlato l’esposizione indoor e parentale ai pesticidi al rischio di leucemia infantile e linfomi non-Hodgking ma senza una chiara identificazione.
Uno studio caso-controllo effettuato in California nel periodo 2001-2006 (1) ha analizzato l’ipotesi che i composti organoclorati persisitenti possano aumentare il rischio di leucemia infantile. Sono stati studiati 184 casi di leucemia linfoblastica infantile (LLA) di età 0-7 anni e 212 controlli. E’ stata indagata la storia abitativa e lavorativa dei genitori e sono state ottenute informazioni dettagliate sull’utilizzo di pesticidi in casa o in giardino e sull’ubicazione della casa. Sono stati analizzati campioni di polvere raccolti dai tappeti della camera dei bambini malati e dei controlli (considerata come indicatore della presenza di organoclorati nell’ambiente domestico e analizzate le microparticelle (inferiori a 150 micron) dosando sei tipi diversi di PCB e tra gli organoclorati il diclodofifeniltricloroetano (DDT), clorodifenildicloroetilene (DDE), metoxicloro e pentaclorofenolo. Dai risultati si evidenzia che la presenza di qualsiasi sottotipo di PCB nella polvere determinava un rischio due volte maggiore di sviluppare LLA, (OR 1.7 con I.C. 1.22-3.17).Per alcuni sottotipi di PCB il rischio aumenta di 3 volte. L’aumento del rischio è statisticamente significativo (p= 0.017), e maggiormente significativo per alcuni sottotipi.
Non è stata osservata invece una relazione statisticamente significativa tra il rischio di sviluppare LLA e la presenza di DDT, DDE, metoxicloro e pentaclorofenolo..
Questo è il primo studio che pone in relazione la presenza di PCB e la leucemia linfoblastica acuta del bambino. Si è osservato un aumento del rischio con l’aumento della concentrazione dei PCB nella polvere del tappeto della camera dove il bambino ha trascorso la maggior parte del tempo prima della diagnosi e un rischio maggiore con alcuni sottotipi di PCB.
I risultati di questo studio suggeriscono che i PCB,noti come potenziali carcinogeni nell’uomo e causa di alterazione del sistema immunitario ,possano rappresentare una fattore di rischio finora misconosciuto di leucemia infantile.

A. Biolchini, G. De Gaspari, A. Nova, L. Rabbone (a cura di)
Gruppo PUMP dell’ACP

(1) Residential Exposure to Polychlorinated Biphenyls and Organochlorine Pesticides and Risk of Childhood Leucemia Ward MH., Colt JS, Metayer C. et al. Environmental Health Perspectives 2009;117:1007-13

mercoledì 19 agosto 2009

PuMP Cambiamenti climatici e salute

Una review, condotta nel Regno Unito dall’Agenzia per l’Ambiente, dall’Agenzia per la Protezione della Salute e da vari Istituti Universitari e interamente finanziata con fondi pubblici, (1. Boxall BA, Hardy A, Beulke S et al. Impacts of climate change on indirect human exposure to pathogens and chemicals from agriculture Environ Health Perspect 2009;117:508-514) mette a fuoco l’impatto del cambiamento climatico sulla dispersione di patogeni e agenti chimici provenienti dall’agricoltura e le possibili implicazioni sulla salute dell’uomo. Le vie principali di diffusione da tenere sotto controllo saranno l’acqua e il cibo, ma non sarà facile attribuire effetti sulla salute a specifici contaminanti agricoli, a causa della molteplicità dei patogeni e delle sostanze chimiche disperse nell’ambiente e delle vie di esposizione. Nonostante queste limitazioni parecchi studi, anche se non conclusivi, correlano esposizione a prodotti chimici dell’agricoltura e outcome di salute. L’uso massivo di pesticidi in particolare è stato messo in relazione con l’insorgenza di morbo di Parkinson, leucemie e linfomi, malformazioni congenite e alterazioni del rapporto neonati maschi/femmine; epidemie di Cryptosporidiosi e contaminazione dell’acqua con l’uso di letame; produzione di biotossine da fioriture algali indotte da nitrati di derivazione agricola; selezione di antibiotico-resistenza nei microbi. Le previsioni non sono rosee. Si prevede nel prossimo futuro un aumento di infestazioni e malattie in agricoltura, con un verosimile aumento dell’uso di pesticidi. Il cambiamento climatico potrà aumentare la produzione di micotossine e di aeroallergeni; potrebbero comparire nuovi patogeni, vettori e ospiti, con aumento di zoonosi e di uso di farmaci veterinari; l’aumentata richiesta di acqua in agricoltura potrà favorire l’uso di acqua contaminata; l’uso del compost potrebbe immettere nel terreno microbi, metalli pesanti e inquinanti organici persistenti. La diffusione della malaria sta già cambiando, anche le malattie trasmesse da zecche potranno aumentare, ma la storia di molte malattie ci insegna che i cambiamenti climatici non sono i principali determinanti, hanno più rilevanza le attività umane e il loro impatto ecologico. Anche il trasporto e l’esposizione potranno essere influenzati, soprattutto dagli eventi climatici estremi, che possono trasportare sostanze inquinanti lontano dalle zone di utilizzo o favorirne la loro concentrazione nei periodi di siccità. Purtroppo i modelli attuali sono probabilmente inappropriati per stimare l’impatto del cambiamento climatico sull’esposizione umana. E’ necessario lo sviluppo di dati sperimentali e modelli di vie di esposizione, con un approccio multidisciplinare che metta insieme il sapere di epidemiologi, tossicologi, agronomi, chimici, economisti.
Giuseppe Primavera

PuMP Linee Guida OMS sulla qualità dell’aria negli ambienti indoor

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato per la prima volta delle linee guida sulla qualità dell'aria negli ambienti chiusi, affrontando in particolare i problemi relativi a umidità e muffe (WHO guidelines on indoor air quality: dampness and mould. Copenhagen, WHO Regional Office for Europe,2009)
Esse sono il risultato di una rigorosa revisione delle evidenze scientifiche attualmente disponibili effettuata dai maggiori esperti di tutto il mondo, coordinati dall’ Ufficio Regionale per l'Europa dell’ OMS.
Dato che tutti trascorriamo la maggior parte della vita quotidiana nelle case, uffici, scuole, o altri edifici,la qualità dell'aria degli ambienti chiusi è critica per la nostra salute e benessere.
In condizioni di umidità, centinaia di specie di batteri e funghi possono proliferare negli ambienti chiusi ed emettere nell’aria spore, frammenti di cellule e sostanze chimiche. L'esposizione a questi contaminanti è associata all'insorgenza o al peggioramento di sintomi respiratori, allergie, asma e reazioni immunologiche.
I bambini sono particolarmente sensibili. Secondo recenti dati, il 13% dei casi di asma infantile nei paesi sviluppati della regione europea dell'OMS potrebbe essere imputabile a queste cause.
La conoscenza delle sostanze inquinanti presenti negli ambienti chiusi è fondamentale per poter prevenire gli effetti sulla salute e mantenere l'aria pulita. Molte azioni necessarie non possono essere di pertinenza dei singoli utenti e devono essere prese dalle autorità pubbliche.
Queste linee guida raccomandano misure atte a garantire che gli edifici siano ben progettati, costruiti e mantenuti, identificando le azioni di pertinenza dall’amministrazione pubblica, dei progettisti, degli utenti.
Per ulteriori informazioni e per leggere le linee guida vai a:

martedì 18 agosto 2009

PuMP Padelle, giacche a vento e… bambini piccoli

I perfluorinati (PER) sono sostanze chimiche prodotte industrialmente dall'uomo, ubiquitarie e resistenti alla degradazione; sfruttando le loro caratteristiche lipo e idrofobe sono ampiamente utilizzate per la produzione di contenitori per alimenti, padelle antiaderenti (teflon), tessuti (goretex), tappeti, idropitture, lucidanti per pavimenti e insetticidi. La loro tossicità sembra essere dovuta a interferenze nel trasporto e metabolismo dei grassi all'interno delle cellule; negli animali da esperimento possono provocare alterazioni del sistema immunitario ed endocrino e dell'accrescimento. E’ stato dimostrato che la placenta è permeabile ai PER.
Uno studio giapponese, osservazionale-prospettico, (1 1. Washin N, Saijo Y, Sasaki S. et al. Correlations between Prenatal Exposure to Perfluorinated Chemicals and Reduced Fetal Growth Environ Health Perspect 2009; 117:660–667) ha valutato la correlazione tra esposizione prenatale a bassi livelli di perfluorooctanoato (PFOA) e di perfluorooctano sulfonato (PFOS) e la crescita fetale.
A una coorte di 428 gravide reclutate dal luglio 2002 all'ottobre 2005 sono stati dosati i livelli ematici di PFOA e PFOS e correlati con i valori antropometrici dei neonati; tramite apposito questionario sono state indagate di ogni gestante le abitudini alimentari, il consumo di alcool e caffeina, il fumo, il reddito e la scolarità.
L’unica correlazione statisticamente significativa che emerge dall’analisi dei risultati è quella negativa tra il livello serico di PFOS materno e il peso alla nascita, ma solo nelle femmine; nessuna relazione è stata evidenziata con PFOA.
Cosa concludono gli autori? I dati ottenuti sono insufficienti e contrastanti rispetto a precedenti analoghi lavori. E' necessario approfondire ulteriormente la tossicità dei PER sul feto umano e ampliare lo studio sui loro possibili danni endocrini, immunologici e neurologici.

Angela Biolchini, Giusy Degasperi, Aurelio Nova, Letizia Rabbone

PuMP Sottoprodotti del cloro nelle piscine e rischio di asma

I disinfettanti usati nelle piscine possono essere un fattore scatenante di asma nei bambini? Questa la domanda cui cerca di dare risposta un recente articolo (Weisel C.P,Richardson S.D, Nemery B et al Childhood Asthma and Environmental Exposures at Swimming Pools: State of the Science and Research Recommendations Environ Health Perspect 2009; 117:500–507.) che presenta i risultati di un workshop effettuato in Belgio due anni fa da un gruppo di clinici, epidemiologi, chimici ed esperti di piscine.
La disinfezione delle piscine è essenziale per prevenire malattie infettive. La disinfezione chimica tradizionale prevalentemente effettuata con composti clorati globalmente definiti come cloramine, provoca la formazione di sottoprodotti di disinfettanti (DBPs) che potrebbero essere irritanti per le vie respiratorie. I derivati del Cloro più comunemente utilizzati sono l’ ipoclorito di sodio o di calcio e il cloro in stato gassoso. Il cloro libero può reagire con sostanze organiche naturali presenti in acqua per formare dei derivati (cloramine inorganiche ed organiche, aloacetonitrili ed altre sostanze) molti dei quali noti come irritanti respiratori in grado di contribuire ad un aumento di incidenza di asma in bambini ed adulti.
Il nuoto è lo sport raccomandato per bambini con problemi di asma in quanto dimostrato da molti studi come sport meno asmogeno rispetto ad altri tipi di esercizi vigorosi.
Tuttavia alcuni studi hanno dimostrato un aumento di sintomi respiratori nei nuotatori e li hanno attribuiti alla esposizione ai disinfettanti o ai loro sottoprodotti.
Uno studio norvegese del 2008 suggerisce che la frequentazione di piscine potrebbe essere associata all’insorgenza di wheezing nei bambini molto piccoli ed uno studio del 2007 afferma come l’abituale frequenza di piscine indoor può essere un importante fattore di incremento dell’asma.
I protagonisti di questo workshop concludono che l’evidenza di correlazione tra asma e piscine è suggestiva ma non ancora definitiva ed auspicano la produzione di nuovi studi ben condotti in grado di dirimere il problema. Segnaliamo questo articolo, pur non trattandosi di una revisione della letteratura metodologicamente ben condotta, in quanto riteniamo che il problema, dato l’alto utilizzo degli impianti natatori da parte dei bambini, necessiti di un adeguato approfondimento.
Giacomo Toffol

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